Tracce nel Bosco – sulle orme delle masche piemontesi

a cura di Isabella Cavallari

Ci sono storie che non si trovano soltanto tra le pagine di un libro. Vivono nei racconti tramandati di generazione in generazione, si nascondono nelle pieghe della storia, si legano a un luogo, a una credenza popolare o a un nome che qualcuno, prima di noi, ha pronunciato davanti al fuoco.

Sono storie che attraversano il tempo, cambiando voce e forma, senza perdere del tutto il loro fascino. A volte parlano di creature misteriose, altre di antiche superstizioni, leggende dimenticate o fatti che continuano a lasciare domande senza risposta.

È da questa curiosità che nasce Tracce nel Bosco, una nuova rubrica del Bosco dei Sogni Fantastici.

Un percorso per esplorare il folklore, le leggende, i misteri e le tradizioni che abitano il nostro immaginario, seguendo le tracce lasciate da racconti antichi e riscoprendo i legami che uniscono queste storie ai luoghi da cui provengono. Perché dietro una leggenda può nascondersi molto più di una storia da raccontare: una memoria collettiva, una paura, una speranza o il tentativo di dare un nome a ciò che non si riusciva a spiegare.

E, naturalmente, ci saranno anche i libri. Perché la letteratura è spesso un’altra strada per avvicinarsi a questi mondi, ritrovare suggestioni antiche o scoprire nuove interpretazioni di racconti che credevamo di conoscere.

Non cercheremo necessariamente risposte a ogni domanda, né trasformeremo ogni leggenda in una verità da dimostrare. Ci interessa seguirne le origini quando è possibile, distinguere la storia dalla tradizione e, soprattutto, capire perché certe storie continuano a essere raccontate.

Da dove comincia il nostro viaggio?

E da dove cominciare, se non da un luogo che mi appartiene?

Per inaugurare questo viaggio ho scelto il Piemonte, e in particolare il territorio di Pinerolo, il luogo da cui provengo. Un punto di partenza che per me ha anche un significato personale: prima ancora di addentrarci in boschi sconosciuti e seguire tracce lontane, mi piaceva l’idea di cominciare da una terra che sento mia, esplorandone le storie, le credenze e le leggende che il tempo ha consegnato alla memoria popolare.

E tra queste tracce ci sono quelle delle masche, figure misteriose del folklore piemontese, sospese tra paura, superstizione e immaginario collettivo.

È da loro che comincia il nostro viaggio.

Chi sono le masche?

Nel folklore piemontese, le masche sono donne (ma esistono anche in forma maschile, i masconi) apparentemente comuni alle quali la tradizione popolare attribuisce poteri soprannaturali, spesso tramandati all’interno della famiglia. Nei racconti potevano trasformarsi in animali, spostarsi misteriosamente e compiere azioni impossibili per una persona comune.

Ma non erano necessariamente figure malvagie: potevano essere dispettose e vendicative, ma anche aiutare le persone e guarire uomini e animali. Attorno a loro si sono sviluppate credenze che cercavano di spiegare avvenimenti inspiegabili e piccoli misteri della vita quotidiana. Non a caso, in Piemonte sopravvive ancora l’espressione dialettale «A-i é le masche», ovvero «Ci sono le masche», usata scherzosamente quando qualcosa scompare o accade senza una spiegazione apparente.

La Donna del Pilone: «Al Pilùn d’la Fumna Morta»

Tra le storie legate alle masche piemontesi, una delle più note nel territorio di Pinerolo è quella della Donna del Pilone, conosciuto in piemontese come Al Pilùn d’la Fumna Morta, ovvero «Il Pilone della Donna Morta».
Sulle colline di Costagrande, attorno a questo luogo si sono tramandati racconti diversi, sospesi tra superstizione, paura e storia. Due narrazioni, in particolare, hanno contribuito a rendere questo pilone parte della memoria popolare del territorio: una leggenda legata alle credenze sulle masche e una vicenda che chiama in causa una nobildonna della famiglia degli Acaja.
Storie differenti, unite da un luogo e da un mistero che continua ad alimentare la curiosità di chi ne ascolta il racconto.

Il Pilone della Donna Morta, foto di Ezio Marinoni (dal web)

La giovane e il fuso

La prima storia nasce dalle antiche credenze sulle masche e racconta la tragica morte di una giovane popolana.

Si narra che alcune ragazze fossero riunite una sera a filare la seta, come si usava un tempo. Durante la conversazione si parlò delle masche e delle presenze misteriose che, secondo le voci popolari, si manifestavano nei dintorni di Costagrande.

Una delle giovani non credeva a quelle storie e, per dimostrare che si trattava soltanto di superstizioni, accettò una sfida: raggiungere di notte il luogo temuto e piantarvi il proprio fuso, proprio sotto un castagno ritenuto teatro di quegli strani fenomeni.

La ragazza mantenne la promessa. Nel buio raggiunse il posto e conficcò il fuso nel terreno. Quando cercò di tornare dalle compagne, però, sentì qualcosa trattenerla per le vesti. Non riuscendo a capire che cosa stesse accadendo, credette di essere stata afferrata da una presenza soprannaturale. In realtà, era la sua stessa gonna a essere rimasta impigliata nel fuso.

Il terrore fu tale che la giovane morì sul colpo. La mattina seguente le compagne ne ritrovarono il corpo e, secondo la tradizione, la popolazione volle ricordare la vicenda erigendo un’edicola commemorativa nel luogo della tragedia.

Questa è la versione popolare che lega l’origine del Pilone della Donna Morta alle credenze sulle masche. Ma non è l’unica storia tramandata attorno a questo luogo.

Margherita di Beaujeu e la ricerca dell’anima del figlio

Un’altra versione colloca la vicenda nel 1402, durante il principato degli Acaja, e identifica la Donna Morta con Margherita di Beaujeu, terza moglie di Giacomo d’Acaja.

Secondo questa narrazione, Margherita era stata profondamente segnata dalla morte del figlio Filippo, avvenuta ad Avigliana nel 1368 in circostanze misteriose. Quando venne a conoscenza di racconti riguardanti presenze inquietanti che si aggiravano di notte nei dintorni di Costagrande, si convinse che potessero essere legate all’anima del figlio, ancora incapace di trovare pace.

Spinta dalla disperazione, la nobildonna si sarebbe recata sul posto nella speranza di ritrovarlo. Ma la ricerca sarebbe stata vana e, sopraffatta dal dolore per non essere riuscita a trovare l’anima del figlio, Margherita sarebbe morta in quel luogo. Secondo la tradizione, una croce di ferro battuto venne collocata in sua memoria.

Questa versione dà alla figura anonima della Donna Morta un’identità nobile e una vicenda familiare tragica. È però importante distinguere il racconto dalla documentazione storica: la presenza del pilone è attestata nei documenti pinerolesi almeno dal 1346, mentre la vicenda di Margherita e della ricerca dell’anima del figlio appartiene a una tradizione che intreccia personaggi storici e racconto leggendario.

Due storie diverse, dunque, legate allo stesso luogo: da una parte una giovane popolana che sfida le credenze sulle masche e resta vittima di una tragica fatalità; dall’altra una nobildonna consumata dal dolore e dalla speranza di ritrovare il figlio perduto.

È proprio questo intreccio tra memoria storica, superstizione e immaginario popolare a rendere il Pilone della Donna Morta un luogo così affascinante, dove il passato continua a vivere attraverso le storie che sono state tramandate nel tempo.


Dalle leggende alle pagine: La Masca di Laura Rizzoglio

Le storie delle masche non appartengono soltanto alla tradizione orale: continuano a vivere anche nella letteratura, dove antiche credenze e superstizioni possono intrecciarsi con vicende umane, misteri e verità nascoste.

È ciò che accade in La Masca di Laura Rizzoglio, pubblicato da NPS Edizioni, romanzo ambientato nelle Langhe piemontesi del dopoguerra, in una piccola comunità in cui i racconti popolari convivono con la paura e il sospetto. Quando una tragedia sconvolge la borgata, i pregiudizi finiscono per indicare nella masca del paese la responsabile. Ma le cose sono davvero come sembrano?

Se volete scoprire di più su questo romanzo, sul Bosco dei Sogni Fantastici trovate già la nostra recensione QUI.

Il nostro viaggio tra le tracce del folklore piemontese si conclude qui, almeno per questa volta.
Ma nel Bosco ci sono ancora tante storie da riportare alla luce…


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