D’Ombre e Nebulose Blogtour – Furio Detti

Amiche Lettrici e Amici Lettori,
riprendiamo le pubblicazioni con una nuova tappa di blogtour: oggi diamo spazio alla raccolta D’OMBRE NEBULOSE pubblicata da NPS Edizioni e realizzata dallo Shelley Project.

Il nostro ospite è FURIO DETTI e insieme a voi vogliamo scoprirne di più sul suo racconto intitolato “Mani-Calde e PoliChan”.

Buona lettura!


Come è nato il tuo racconto? Di cosa parla?
Il mio racconto è nato dall’idea di adottare la prospettiva e il punto di vista di un oggetto personificato che fosse particolarmente “realistico” nel giocare il ruolo dell’incarnazione di un desiderio, anche sessuale; ma che non fosse, in quanto manufatto frutto di una certa tecnica, nello stesso tempo, consapevole di essere “vivo” e capace di relazionarsi con qualcuno. Doveva essere qualcosa di indefinito e innocente, catapultato in un mondo troppo complesso per lui. Quindi il racconto è alla fin fine una storia di solitudini che si sbattono addosso a vicenda, da un lato un umano preda di un disturbo psicologico e relazionale reale e serio (nel mondo esiste davvero una serie di persone che soffrono per questo!) e dall’altro quest’oggetto che si rivela dotato di una autocoscienza in fieri e di una inconsapevolezza terribile e disarmante. Almeno nella finzione.

Quali creature fantastiche/leggende conosceremo? Perché questa scelta?
Non potrei dire che queste creature, a parte il coprotagonista e i suoi aguzzini, siano reali. Ma una leggenda c’è: quella di Pigmalione, dell’uomo che si fabbricò da sé la compagna; o del Golem, la bambola animata dai rabbini, di cui si favoleggia nelle leggende ebraiche. Al di sotto ho immaginato per Mani Calde e Poli-Chan la relazione tra una creatura e chi se ne deve in qualche modo occupare. Eppure non sono io stesso sicuro che il racconto non sia frutto delle sole fantasie deliranti del personaggio maschile, in questo senso almeno metà della storia potrebbe essere solo la descrizione di un autoinganno, di un delirio. La scelta è frutto anche della mia recente esplorazione del mondo del collezionismo di action figure.

Dove è ambientato il racconto? Perché questa scelta?
Il Giappone, solitario e nevrotico, era d’obbligo nel descrivere il tipo di situazione che avevo immaginato per “mani calde” il ragazzo che è in realtà il vero attore del mio palcoscenico fittizio. Il Giappone degli otaku e del collezionismo gadgettistico, degli anime e del merchandising, ma tutto compresso, condensato per ovvie ragioni logistiche, nella vita di un hikikomori, un moderno eremita autoisolato, generato da una società tecnologica e ormai poco comunitaria. E la discesa nella tragedia di una solitudine nevrotica, di una frenesia erotomane e esclusiva. Forse pensando anche a Nabokov.

Cos’è per te il fantastico?
Il fantastico è stato per me mille cose. Perché la molteplicità è la sua natura, la trasformazione la sua sostanza. Un rifugio da bambino contro una realtà (la scuola) che odiavo e che mi mortificava (nel senso letterale di “far morire dentro”), un modo per rendere memorabile ogni giornata di vacanza, una palestra di immaginazione, una casa e una seconda, terza, quarta vita che hanno reso e rendono ancora sopportabile la presenza in una società. Dal gioco di ruolo al fantastico avventuroso dei romanzi cavallereschi io sono diventato ciò che sono, e di questo sono infinitamente riconoscente a quella cosa che potrei spingermi a chiamare destino. Il fantastico è l’arte di dare forza di gravità all’impossibile e di regalare un’ombra agli spettri: senza un sincero realismo non si può rendere credibile il fantastico meraviglioso. Meno Tolkien però, ma molto, moltissimo H. P. Lovecraft. Il fantastico è tutto quello che mi faceva vagare nella notte nei cimiteri innevati per non litigare in casa, e che dipingeva affreschi inconcepibili nella mia testa mentre nelle cuffie pompava l’heavy metal. Fantastico. Porcazozza!

Inserisci un breve estratto dal racconto.
“Non ho ancora violato il tuo santo viso. Non oso. Tre giorni di adorazione non bastano, me indegno. Che lacrime e che stagione di felicità son fiorite per noi; quanto mio pianto ha inondato il piedistallo su cui torreggiano le tue suggerite seduzioni carnali. Che ardire, sfiorare i giunti invisibili delle membra venerate: con quanto trasporto ti baciai, osceno, nell’incavo del tuo paffutello braccio, nell’impubere cantuccio in cui ho perso queste ore, questi giorni. Mai meno del santo necessario! Poli-Chan, fiore del ciliegio sul cui legno è stata così a lungo crocefissa la mia gioventù, maghetta benefica divina. Mille volte fausta la puntata dell’anime che ti ospitò la prima volta che ti incontrai. Tu quel giorno hai mostrato al reietto che ero l’amore, e quanto significa: respiro, fede, sacrificio e attesa. In te ho sommerso le notti solitarie in cui peccavo da me, per me solo, invocando bellezze che sbiadiscono al tuo manifestarti. Per te ho resistito, quasi puro, in questi anni, sperando ti dedicassero un simulacro, al pari di quello delle altre Maghette della Collina dei Dragoni Danzanti; nove muse di cui sei solo tu, per me, regina. Oh, pur loro provocanti e illecite, tenere tormentatrici, ancelle di tutto ciò che è sensuale e proibito. Solo tu, però, tu sola possiedi il segreto in cui l’innocenza sposa la più delirante eccitazione, l’istigazione che incendia.”

Indicare una canzone, da ascoltare come colonna sonora al racconto, o un’immagine (di qualunque tipo, foto, quadri ecc) da abbinare.
Una canzone? Potrebbe andare benissimo la canzone dei Limbo “Hermaphrodite” che conobbi per la cover realizzata dai Death-SS. Una relazione alchemica con l’impossibile o anche sempre di costoro “Ars Alchymiae”.

Biografia autore: Furio Detti.
Sono nato vicino al mare ma ho sempre amato la montagna. Mi sento istriano-veneto più che toscano. Ho legato la mia vita al Medioevo e sto continuando a coltivare il sogno che fu di Alonso Quijiano (“Sono Don Chisciotte, l’uomo per cui sono espressamente designati i pericoli”); ho studiato storia medievale delle istituzioni, poi mi sono dedicato a mille mestieri: fotografo, progettista, grafico, docente universitario, e tuttora sono attivo nella formazione, ma il mio vero amore è la ricerca. Pratico il Kendō, disegno, immagino. 
Ho realizzato il mio sogno di bambino, una torre medievale tutta per me su una montagna sacra. Lì mi ritiro sempre più spesso, perché il mondo vale sempre meno… e i sogni così tanto. Se non fosse che ho l’inestimabile tesoro dell’amore di una damigella uscita dai romanzi arturiani sarei già sparito da un pezzo! Sono figlio degli anni Settanta, dei robottoni giapponesi, ho vissuto nell’assurda baraonda degli anni Ottanta e dell’horror di Stephen King. 
Ho attraversato i ’90 come un treno e finito per imboscarmi in 20 anni fino a oggi. Ho una gatta con cui viaggio di testa fra le stelle e altri gatti. Direi che ci siamo…


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